Zadalampe- Laurino



Riconosci queste persone?
Home  Persone Testi  |  Fotografie | Documenti
|

 





Zadalampe.com
info@zadalampe.com

Un cestino di avorio istoriato
Da Laurino al Metropolitan
(passando per il Louvre)
di Giuseppe Mastrandrea

E’ un insolito reliquiario quello che Francesco Riccio, designato nuovo canonico della Collegiata di S. Maria Maggiore di Laurino, dichiara di ricevere in consegna dagli eredi di Mons. D. Luigi Garrasi.
Ad attestare l’affidamento del singolare oggetto liturgico, composto da “un cestino di avorio istoriato”, è un documento inedito, datato 19 febbraio 1919, conservato nell’archivio della famiglia Marotta di Laurino.
Si tratta, in realtà, di un cofanetto, capolavoro tardo-gotico, realizzato dalla Bottega degli Embriachi e databile alla fine del XIV sec.

Tuttavia, il cestino non era di avorio, ma di comune osso.
Raro, consistente, dalla grana fine, l’avorio è stato impiegato, già a partire dal Paleolitico superiore, per la realizzazione di oggetti artistici e, se l’avorio elefantino è stato da sempre il più apprezzato per le sue intrinseche qualità, nondimeno venne impiegato l’avorio di mammiferi come i narvali, gli ippopotami, i trichechi, ecc..
L’utilizzo di questa preziosa materia varia, nel corso dei secoli, a seconda delle condizioni storiche e geografiche che ne hanno determinato la possibilità di approvvigionamento.

Tra la metà del XIII e del XIV sec., grazie alla grande disponibilità di materia prima, la lavorazione dell’avorio raggiunse il suo apogeo. Numerosi centri di lavorazione fiorirono in Francia, in Germania, in Inghilterra e in Ispagna che produssero una vasta tipologia di oggetti.
Ma, allo scadere del XIV sec., la lavorazione dell’avorio subì un declino a causa del controllo delle rotte commerciali da parte dei Turchi. La Francia, che con i suoi avori, soprattutto parigini, aveva conquistato il mercato europeo, danneggiata anche economicamente dalla Guerra dei Cento Anni, perse il primato in questo genere di produzione, cedendo ampi spazi di mercato a nuovi centri di lavorazione.

La bottega degli Embriachi
Alla fine del XIV sec., quindi, il nascente artigianato italiano – in particolare quello dell’Italia settentrionale – utilizzò, in luogo del raro e caro avorio, l’economico osso. E, l’atelier che si affermò con maggiore originalità nell’arte dell’intaglio di materiali eburnei fu la cosiddetta Bottega degli Embriachi (o degli Ubriachi).
La denominazione di Bottega degli Embriachi deriva dall’attribuzione a Baldassarre degli Embriachi del retabolo della Certosa di Pavia e di due cofani per i quali, con atto del febbraio 1400, il priore si impegnava al pagamento di 1000 fiorini d’oro a “domino Baldesario de Ubriaghis” . (1)
Da ciò si è ipotizzata l’esistenza, in anni immediatamente precedenti il 1400, di una bottega legata al nome di questo personaggio.
La Bottega, attiva a Firenze intorno al 1390, ha continuato l’attività a Venezia tra il 1392 e il 1395 per proseguire, dopo la morte di Baldassarre nel 1406, sotto la guida dei suoi erede Antonio e Giovanni fino al 1431.

Tra la vasta tipologia di manufatti: altaroli, retaboli, paci, scacchiere, scatole, valve di specchi, i cofanetti a base rettangolare, esagonale e ottagonale e decorati con intarsi detti “alla certosina", sono senza dubbio il prodotto più famoso della Bottega, la cifra stilistica. Simili oggetti furono prodotti già a partire dal 1370 circa. La medievalista Elena Merlini ha accertato che la produzione più antica non è da riferire alla Bottega degli Embriachi, ma a quella da lei stessa definita “Bottega a figure inchiodate”. Tale denominazione si deve alla tecnica con la quale le formelle, sulle quali erano scolpite figure singole o affrontate, non venivano incollate alla struttura lignea, ma fissate mediante chiodi di argento, ottone o rame (2).

I cofanetti avevano una funzione ben precisa: erano portagioielli o, meglio, cofanetti nuziali che venivano donati alla futura sposa a suggello del reciproco impegno. A chiarirne la funzione nuziale è la presenza sui coperchi di scudi sui quali venivano incise o dipinte le insegne dei facoltosi committenti, nonché il programma figurativo che predilige perlopiù temi amorosi ispirati a vicende della mitologia classica (Giasone, Piramo e Tisbe, Paride ecc.).


Il cofanetto di Laurino

La cassettina eburnea, a pianta esagonale, che si conserva nel Museo Diocesano di Vallo della Lucania, proveniente dalla Collegiata di S. Maria Maggiore di Laurino, è un pregevole esempio di cofanetto nuziale che, tanto per il sistema decorativo quanto per il programma iconografico, è riconducibile alla Bottega degli Embriachi. Il coperchio incernierato è decorato con placchette di corno, di impianto orizzontale, raffiguranti geni alati adagiati su elementi fitoformi. Due scudi gentilizi retti da amorini, sui quali erano dipinte le armi dei promessi sposi, dichiarano la nobile committenza dell’opera e la funzione nuziale dell’oggetto. Quest’ultima è resa ancora più manifesta dall’esaltazione della bellezza femminile, nella rappresentazione del giudizio di Paride (3) , sulle 23 lastrine di osso di bue che rivestono la cassettina in legno di noce. In particolar modo dalla scena in cui Ermete consegna a Paride la mela d’oro per giudicare Era, Afrodite e Venere, completamente ignude per volontà dello stesso principe troiano. Scena che un viaggiatore alla fine dell’800 definì, senza discernimento, pornografica (4).

 Le tarsie geometriche “alla certosina", complesse quanto raffinate, ottenute accostando minute tessere di osso naturale e tinto a legni di varie essenze (naturali e tinti), rimandano ai migliori manufatti realizzati dalla Bottega.
Nello specifico, la tarsia a greca che decora la base del cofanetto, alla quale l’effetto chiaroscurale e prospettico, creato dalle varie tonalità cromatiche delle tesserine, conferisce un’apparenza tridimensionale, è rintracciabile nei retaboli, vere e proprie macchine scenografiche in osso e avorio, realizzati alla fine del XIV sec. per committenti di altissimo rango: Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano, gli zii del re di Francia, Filippo l’Ardito e Jean de Berry. Opere che sono conservate rispettivamente nella Certosa di Pavia, al Musèe de Cluny, a Parigi e al Museo del Louvre. La ripetizione del medesimo modulo decorativo è riscontrabile, ancora, in un altro capolavoro di cui è ignoto il committente: il trittico conservato al Metropolitan Museum of Art, a New York.

Particolare del retabolo del Metropolitan
Particolare del retabolo del Louvre

La perizia con la quale sono state modellate le figure delle sei sezioni che compongono il ciclo eburneo, induce a ritenere che il cofanetto sia stato realizzato nel periodo (fine del XIV sec.) in cui Baldassarre aveva affidato la conduzione della Bottega a Giovanni di Jacopo, da lui stesso definito “maestro d'e' miei lavori dell’osso” (5).

I legami di Baldassarre con i circoli umanistici fiorentini e il suo gusto letterario suggeriscono che i programmi iconografici, per le scene mitologiche riprodotte sui cofanetti creati nel suo laboratorio, nascono con lui grazie ai testi che gli erano familiari. Infatti, la fonte letteraria cui Baldassarre si è ispirato per la rappresentazione del ciclo di Paride è un’opera che ebbe larga diffusione durante tutto il Medioevo: la Historia Destructionis Troiae.
Versione rivisitata dalla tradizione medievale del conflitto troiano, scritta tra il 1262 e il 1287 e attribuita a Guido delle Colonne, giudice messinese e membro della Scuola dei poeti siciliani.
Per l’alto pregio artistico e culturale, il cofanetto di Laurino, unitamente ad altri capolavori, è stato esposto nel 2007 al Museo del Louvre a Parigi nella mostra “Passioni e splendori: Tesori artistici del territorio salernitano”.


Particolare del cofanetto di Laurino

Il cofanetto eburneo, in un periodo di difficile puntualizzazione, è stato donato alla Collegiata di Laurino per essere adattato all’uso di reliquiario.
Tuttavia, si può verosimilmente ipotizzare che la donazione del prezioso manufatto alla Collegiata sia avvenuta agli inizi del XVIII sec. per custodirvi una reliquia di S. Elena da Laurino.
L’ipotesi muove da un episodio, riportato da Lucido Di Stefano nel 1781, secondo il quale Giacinto della Calce, Vescovo di Ariano Irpino, dove si conservavano settant’ossa del Corpo della Santa laurinese, nel 1713 fece dono al suo Vicario Generale, D. Rosario Riccio Pepoli, di uno di detti Ossi e da questi anche donato all’Insigne Collegiata di S. Maria Maggiore. (6)

Da contenitore di gioielli a custodia di reliquie, il cestino di avorio, che narra di dei pagani, assume una dimensione sacrale. Una trasformazione che non tiene conto della profanità dell’oggetto, ma unicamente della sua bellezza.
Custodita da Mons. Garrasi nella sua abitazione, nell’ultimo periodo della sua esistenza, la stessa belleza ancora incanta.



Particolare del cofanetto di Laurino
............................................................................................................................


1) Milano, Archivio di Stato - Fondo Religione

2) La “Bottega degli Embriachi” e i cofanetti eburnei fra Trecento e Quattrocento: una proposta di classificazione, pp. 19-23, E. Merlini in Arte Cristiana, 1988

3) Il Venturi ritiene, erroneamente, trattarsi del mito di Giasone: “…Ricordiamo l’altra cassettina con la storia di Paride (simile al n. 124 del catalogo Schlosser) nella cattedrale d’Ascoli Piceno; un’altra pure a pianta esagonale con la storia di Giasone, nella collegiata di Santa Maria Maggiore di Laurino” , Storia dell’arte italiana, volume 4, p. 893 di Adolfo Venturi, Jaqueline D. Sisson, U. Hoepli, 1905

4) La Rassegna nazionale, vol. 10, p. 156 – Ufizio del Periodico, 1882

5) Richard C. Trexler, The Magi enter Florence. The Ubriachi of Florance and Venice, in Studies in Medieval and Ranissance History, p. 204, The Univerity of British Columbia, n.s. I, 1978

6) Della valle della Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dot. Lucido di Stefano della Terra di Aquaro nella stessa Lucania. Aquaro 1781. Libro Primo, p. 333 – Arci Postiglione, Salerno, 2005

Articolo di giornale:
Luxemburger Wort Culture et produits du terroir, 10-XI-2007

Si ringrazia Giuseppe Mastrandrea per l'articolo e le immagini

 

 

Creative Commons License
This opera by http://www.zadalampe.com is licensed under a
Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License.
Zadalampe.com   info@zadalampe.com